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Come una lottatrice di Sumo #0

grassaIn questi giorni mi è stato chiesto da zzarkino di scrivere un racconto seguendo una bozza che, diciamola schietta, darle l’aggettivo di assurda, vuol dire prendersi letteralmente in giro! 😀

Un genere completamente diverso dal mio, un racconto che non mi appartiene in nessun senso, ma, mi son detta: – Perché no?

Ogni tanto fa bene uscire fuori dagli schemi, provare a fare cose che non avremmo mai pensato di fare.

Non so se sono riuscita nell’intento, voi cosa ne pensate?

M era intenta a preparare la cenetta a lume di candele per l’uomo che le aveva rubato l’anima. Sapeva che non era libero, ma i suoi occhi, la sua voce, l’avevano completamente rapita.

Il suo corpo minuscolo e sinuoso si muoveva velocemente fra i fornelli. Antipasto, primo, secondo, contorno, dolce e vino.

Ragazza madre, suo figlio, il suo piccolo cuccioletto dormiva, aveva tutta la serata libera fino all’indomani.

Era praticamente quasi tutto pronto. Mancava di finire giusto il dolce, ricco di crema e panna montata, la sua preferita.

Sentì dei passi dietro la porta, era sicuramente lui, arrivato in anticipo, ma non aspettava nessun altro.

Velocemente si tolse il grembiule per andare ad accoglierlo a braccia aperte. Aprì la porta, con l’ansia di una liceale, ma… non c’era il suo uomo, no.

Di fronte a lei c’era un’altra persona, alta, altissima, dal peso indescrivibile. Era una donna che nonostante la sua mole portava quello che doveva apparire come un abitino succinto, rosa come i confetti, che la fasciava come un salame. Il “vestitino”, una taglia XXXL, metteva in evidenza un seno strepitosamente grande e un fondo schiena che pareva una portaerei. Non sapeva chi fosse quella Cicciona. Il suo volto, rosso, quasi violaceo, lasciava intendere che le sue intenzioni non erano per niente pacifiche. La donna C spinse la porta rimasta semi socchiusa, sbattendola violentemente contro la parete, urlava come una forsennata, accusando M di aver rubato il suo uomo. – Ma chi ti credi di essere brutto essere minuscolo, ti schiaccio come un verme, tu, come ti sei permessa, il mio uomo non lo tocca nessuno, non lo sfiora nessuno. Tu moscerino insignificante… Cosa poi ha trovato in te, non lo capirò mai!

A niente sono serviti i vani tentativi per giustificarsi di M. In men che non si dica, si è ritrovata travolta dall’enorme mole di C, che cerca di sferrarle pugni e schiaffi. M, molto più agile, riesce a schivare i colpi e a scivolare dietro passando tra le gambe di C. In un batter d’occhio le piomba sulle spalle e aggrappandosi al collo le si mette cavalcioni. Vano tentativo di buttarla a terra, C è troppo grossa e pesante. M decide di provare col solletico, tutti hanno un loro tallone d’Achille!

C ride, ma non molla, anzi, la sua fragorosa risata fa ballare la sua mole, al punto tale che M non riesce a tener la presa e cade. In quel momento il timer della cucina suona “driiiiiiiinnn”.

C si blocca: – Cos’è stato?

M a quel punto ha come un’illuminazione, doveva funzionare!

Il suo dolce era pronto: – Dammi un attimo e ti faccio vedere cos’è!

C: – Ti tengo d’occhio, piccolo essere immondo, non cercare di fregarmi!

M: -Tranquilla!

Dopo pochi minuti è lì, davanti alla cicciona col suo dolce panna e crema.

Come immaginava, una mole così non poteva esserne indifferente! Gli occhi di C brillavano come quelli di un bambino che avesse ricevuto il regalo più bello della sua vita. Centro!

Iniziò a spargere per terra la panna montata e la crema. La trasformazione di C fu immediata: – Cosa fai?

C si buttò immediatamente a terra, nel vano tentativo di raccogliere il dolce, ciò che risultava la vera ragione della sua vita.

M continuò così, fin tanto che non ebbe finito tutto il dolce: – Ecco quale è la differenza tra me e te, ecco perché colui che chiami il tuo uomo ha scelto me e non te. Questa è la tua priorità, non il tuo uomo!

C, ormai sazia, sporca di panna e crema, si mise carponi, sollevò lo sguardo e restò immobile per un bel po’. M, in quel momento, notò una luce diversa negli occhi di C. Il suo viso era cambiato, le rughe si erano attenuate e sul viso, prima paonazzo, noto una lacrima. C si sentiva sola e lei si sentì maledettamente crudele. Si avvicinò a C e iniziò a coccolarla, le accarezzò i capelli e silenziosamente fece si che C appoggiasse il capo nel suo grembo. C piangeva, piangeva come una bambina, singhiozzava e senza parlare, riuscì a comunicare la sua solitudine, il suo vuoto. L’istinto materno di M le suggerì di sollevare gli occhi verso il piano della cucina. Prese il biberon di suo figlio, dove era rimasto del latte e, senza pensarci, lo porse a C, che lo prese, proprio come un bimbo in fasce. Il latte caldo calmò C, che si addormentò in men che non si dica.

M aveva vinto, l’astuzia, l’aveva aiutata a tirar fuori il meglio di C senza che nessuno si facesse male.

In quel momento, suonarono alla porta. Era lui, l’uomo che aspettava… Ma non aveva più importanza, in quella lotta assurda, in quel combattimento a suon di panna e crema, si rese conto che la felicità, non sta nel più forte o nel più bello, ma in ciò che si ha nel cuore.

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1 Commento

  1. zzark

     /  maggio 25, 2015

    Chissa’ a quando la continuazione 😦

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